Miglioramento genetico in agricoltura: a cosa serve? Il punto del dibattito pubblico

     

    Il miglioramento genetico delle piante agrarie offre numerose opportunità, a maggior ragione dovendo affrontare le avversità imposte dai cambiamenti climatici e ponendosi l’obiettivo di elevare quantità e qualità delle produzioni. Da non confondere con gli OGM, le TEA (Tecniche di evoluzione assistita) si inseriscono nel filone del miglioramento genetico: in pratica, riproducono mutazioni naturali e abbreviano i tempi e costi per ottenere varietà con le caratteristiche desiderate, come abbiamo visto occupandoci del progetto italiano Biotech.

    Analizzando i contenuti emersi in un dibattito del Festival del giornalismo alimentare di Torino, vedremo di cosa si tratta e in che modo scienza e decisori politici stanno interagendo su queste tecnologie innovative.

    Origini e caratteristiche delle “tecniche di evoluzione assistita”

    Nel panorama internazionale vengono chiamate New breeding techniques, mentre in Italia si sta affermando la sigla TEA (Tecniche di evoluzione assistita) per definire una recente tipologia di interventi sulla genetica vegetale, che si sta diffondendo per i suoi indubbi vantaggi. Come è stato ricordato in un dibattito al Festival del giornalismo alimentare, la scoperta del sistema CRISPR/Cas9 è valsa a Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier il Nobel per la Chimica 2020. Questa tecnica è basata sull’impiego della proteina Cas9, una sorta di forbice molecolare in grado di ritagliare un DNA bersaglio, che può essere programmata per effettuare precise modifiche al genoma di una cellula. Le cosiddette ‘forbici molecolari’ hanno così rivoluzionato l’editing del genoma, rendendo quella che prima era una pratica complicata e molto costosa una procedura semplice, rapida ed economica.

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    Meldolesi ha puntualizzato che oggi “si parla di Tecniche di evoluzione assistita perché l’intervento dei ricercatori accompagna un processo che avverrebbe anche in natura. Sulle mutazioni, del resto, si basa anche la biodiversità, ma nel momento in cui si cerca una mutazione favorevole per la coltivazione e il consumo, è molto difficile trovare e ottenere la caratteristica desiderata. Utilizzando queste biotecnologie in agricoltura si può produrre una precisa mutazione, semplificando la procedura e abbreviando i tempi”.

    A cosa serve il miglioramento genetico? L’evoluzione del dibattito pubblico

    Nella comunicazione scientifica si utilizzano espressioni diversificate: “biotecnologie sostenibili o smart” o “genetica verde”. In Europa prevale quella di “nuove tecniche genomiche”, con riferimento al fatto che per produrre le mutazioni desiderate occorre conoscere i genomi delle piante. Ad ogni modo, ha sottolineato Meldolesi, “è importante tenere ben distinte le TEA dagli OGM, per non portare in questa nuova stagione di ricerca e nel dibattito pubblico una zavorra di polemiche e di errori di comunicazione che hanno caratterizzato i primi anni Duemila. Le tecnologie da allora sono cambiate, come è mutato profondamente il panorama mediatico: con i social network la comunicazione è molto più disintermediata, con possibili vantaggi nel senso della democratizzazione ma anche difficoltà dovute alla gestione e alla polarizzazione nel confronto sui temi. In vent’anni, inoltre, è cresciuta la consapevolezza politica e dell’opinione pubblica sulla sostenibilità e sull’uso delle innovazioni per fronteggiare la crisi climatica. Recentemente è aumentata anche la percezione dei rischi dovuti alle dipendenze dall’estero rispetto all’approvvigionamento delle materie prime”, come abbiamo visto occupandoci di sovranità alimentare.

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    Insomma, siamo in una fase nuova da tanti punti di vista e a livello europeo si è riaperto il dibattito pubblico e il confronto politico sulla necessità di rivedere le regolamentazioni che riguardano l’innovazione genetica in agricoltura. “Si spera non sia il proseguimento di quello che abbiamo conosciuto vent’anni fa, ma che invece ci sia l’occasione per superare i pregiudizi con una reale volontà di ascolto tra scienza, politica, produttori, consumatori e tutti gli attori della filiera. In Italia la consapevolezza su questi temi è scarsa, e in base all’ultima rilevazione di Eurobarometro, gli italiani che avevano sentito parlare di editing genetico era risultato soltanto l’8%, a fronte di un dato europeo medio del 21%, fino al 60% nel Nord Europa” ha precisato Anna Meldolesi.

    Occorre una nuova legislazione europea? Il punto sulla normativa

    Come fare ad avere regole che tengano il passo con i nuovi avanzamenti scientifici? A Bruxelles è in corso un processo di revisione normativa, e a questo proposito Paolo De Castro, europarlamentare e primo vicepresidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale, ha affermato che “ci troviamo di fronte a una situazione paradossale. L’Unione europea vuole ridurre l’uso della chimica in agricoltura, sono stati lanciati grandi progetti come il Green Deal e la strategia Farm to fork, incentrata sulla riduzione nell’uso dei fitofarmaci. Per metterla in pratica, però, dobbiamo fornire delle alternative agli agricoltori rispetto all’uso della chimica. Queste biotecnologie non ogm – è importante sottolinearlo,  perché lavorano all’interno del patrimonio genetico e non spostano geni – accelerano un processo che può avvenire anche in natura. È necessario che la Commissione permetta di approvare nuove varietà ottenute con queste biotecnologie, evitando il lungo iter richiesto per le tecniche OGM (8-10 anni)”.

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    Secondo De Castro, “occorre una nuova legislazione europea che favorisca la diffusione di queste nuove tecnologie, che sono una delle possibilità concrete che abbiamo per poter ridurre l’uso della chimica in agricoltura. Gli esempi sono tanti e tra questi le varietà di vite resistenti alla peronospora e all’oidio, che può evitare decine di trattamenti chimici ogni anno. Purtroppo, però, la Commissione non ha ancora prodotto un atto legislativo per chiarire che si sta parlando di mutagenesi e non di transgenesi, con tutti i vantaggi sopra citati. Queste tecniche possono essere facilmente applicate anche da piccoli laboratori, non necessariamente da grandi investimenti di colossi multinazionali, possono farlo i nostri istituti sperimentali, il nostro Crea e le università. Questo rappresenta una straordinaria possibilità, perché riduce la scala dei centri di ricerca, permettendo la diffusione di tanti luoghi che possono mettere a punto nuove varietà, una vera rivoluzione”.

    Dal punto di vista politico e strategico, “dobbiamo augurarci che si possa accelerare questo percorso legislativo, per arrivare a una legislazione che favorisca il diffondersi di queste biotecnologie in agricoltura. Dopo la sentenza negativa della Corte di Giustizia in materia di tecniche genetiche, è fondamentale colmare il ritardo rispetto a buona parte dei Paesi più sviluppati. In generale, in sede europea c’è una larga maggioranza che appoggia queste nuove biotecnologie in agricoltura, anche grazie al sostegno da parte del mondo agricolo. La parola chiave è innovazione, nel pieno rispetto della biodiversità e della garanzia della tenuta della natura”. Non sembrano esserci ostacoli significativi nemmeno nella politica italiana, che nei mesi scorsi si è espressa favorevolmente attraverso le commissioni parlamentari dedicate a questo tema.

    Verso un’agricoltura più resiliente e sostenibile grazie alla tecnologia

    Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca genomica e bioinformatica del Crea, ha concluso ricordando che la Commissione europea riconosce l’utilità delle TEA ai fini della strategia Farm to fork. “Chi ha avuto modo di conoscerle e studiarle ha sempre espresso parere favorevole, come è stato per le Commissioni Agricoltura del Parlamento. In Italia esiste una grande differenza tra una visione idealizzata del cibo e la realtà. In tanti sono convinti che sia buono quello che è ‘com’era volta’, ‘come natura crea’. Però, i prodotti che già oggi troviamo nei supermercati sono ultra-moderni dal punto di vista genetico. Meno del 10% di ciò che troviamo al supermercato ha una genetica uguale a quella che aveva 40 anni fa. Quello che mangiamo oggi è ottimo dal punto di vista nutrizionale e sensoriale anche perché è stato migliorato negli anni. Con queste nuove tecnologie non stiamo facendo nulla di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto negli ultimi cinquanta o cento anni, è solo un passo avanti. La principale sfida da affrontare con queste tecnologie è il contrasto ai cambiamenti climatici, per avere un agricoltura più resiliente è sostenibile”.

    Cosa ne pensate del miglioramento genetico delle piante agrarie?

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