Mangiare meno carne: come si può cambiare davvero?

Sappiamo bene che mangiare meno carne, almeno rispetto agli standard occidentali, è positivo per la salute come per l’ambiente. Anche se nell’ultimo decennio è stato costante e significativo l’aumento di popolarità e gradimento delle diete vegetariane e vegane, a livello globale i consumi di carne continuano però ad aumentare. Questo avviene con tendenze molto diversificate nel mondo; abbiamo visto come ad esempio in Cina il trend ha spinto le autorità politiche e scientifiche a intervenire, per far fronte all’aumento della domanda.
Ma quali sono le strategie efficaci per convincere le persone a ridurre i consumi? Di recente alcuni studi se ne sono occupati, ecco le soluzioni e i progetti in essere che stanno emergendo.
Cosa può spingere davvero le persone a mangiare meno carne

Che si tratti di salute personale o di crisi climatica, il messaggio ormai è chiaro: consumare meno carne fa bene, e probabilmente su larga scala è davvero una necessità. Ma tra buone intenzioni e reali cambiamenti a tavola, la distanza resta. Per colmare il divario, ricercatori, amministrazioni e attivisti stanno sperimentando – con risultati talvolta concreti e in altri casi meno convincenti – strategie per accompagnare cittadini e consumatori verso diete più sostenibili. Per anni si è pensato che bastasse informare, ricorrendo a immagini e video shock – come ad esempio nel caso delle campagne anti-fumo – sui benefici delle diete vegetali e proponendo dati sui gas serra. Anche in base a diversi target sul piano socio-economico, tutto può essere utile, ma non è sempre incisivo per modificare davvero i comportamenti quotidiani. Di seguito alcune iniziative che invece hanno dimostrato la loro efficacia.
Diario e obiettivi: il primo passo è conoscersi
Secondo una valutazione scientifica del programma OPTIMISE (piano online per affrontare l’assunzione di carne individuale attraverso l’autoregolamentazione), pubblicato su JMIR nel 2022, quando si chiede alle persone di monitorare sé stesse, i benefici emergono da subito. Nei test, 151 consumatori abituali di carne hanno seguito un percorso multi-settimanale composto da diario alimentare, obiettivi personali e feedback finale. In appena cinque settimane, il consumo medio giornaliero di carne è sceso da 226 g a 118 g, con una differenza significativa rispetto al gruppo di controllo (-35 g al giorno). Con un semplice diario e un piccolo impegno, quindi, una routine consolidata può cambiare.
Etichette che parlano al cuore e alla mente
Nel 2023, un esperimento dell’Università di Durham ha coinvolto 1.001 consumatori inglesi in un test con l’obiettivo di valutare l’efficacia di menu con avvisi visivi su clima, salute o pandemie. Le opzioni con carne sono state scelte tra il 7,4% e il 10% in meno rispetto al gruppo senza avvisi, un effetto simile osservato l’anno successivo utilizzando le etichette a semaforo, delle quali ci siamo già occupati nei nostri approfondimenti.
L’approccio della “spinta gentile”

Una ricerca pubblicata nel 2024 su Environment and Behavior ha confermato l’efficacia dell’approccio “Nudge”, la cosiddetta “spinta gentile” studiata da anni dalla psicologia positiva, per stimolare le persone a intraprendere comportamenti e stili di vita più sani e virtuosi. Nel contesto di una mensa, è stato valutato e confrontato l’impatto di due interventi per ridurre il consumo di carne. Prima la scelta attiva obbligatoria, dove i clienti dovevano indicare esplicitamente la quantità di carne desiderata, poi il “default nudge” (spinta predefinita), che invece proponeva automaticamente una porzione ridotta di carne, lasciando però la possibilità di optare per la porzione standard.
Lo studio sul campo ha rivelato che entrambi gli interventi sono risultati efficaci e percepiti come etici, ma con differenze significative. In 11 piatti a base di carne, entrambi gli approcci hanno favorito la scelta di porzioni ridotte di carne. In particolare, però, il “default nudge” ha avuto un impatto ben più netto: il 90,6% per chi ha scelto questa proposta, contro il 38,5% per la scelta attiva obbligatoria. È interessante notare come le differenze di genere siano emerse soprattutto nella fase di scelta attiva e si siano invece attenuate nella condizione di default nudge. I ricercatori prevedono inoltre che, in contesti alimentari con scelte impostate a favore di una specifica opzione, le differenze di legate a fattori socio-demografici tenderanno a ridursi.
Associazioni, scuole e amministrazioni pubbliche: il cambiamento è già iniziato

Anche se il consumo di carne è una sfida globale, alcune città, istituzioni e governi hanno già iniziato a muoversi direttamente a livello locale. Non si tratta solo di buone intenzioni, ma di progetti concreti, in molti casi già in corso da anni e con risultati misurabili.
Nel Regno Unito, ad esempio, l’organizzazione internazionale ProVeg ha lanciato il programma School Plates, rivolto alle scuole primarie e secondarie. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: aiutare gli istituti a servire pasti più sostenibili e a base vegetale, senza sacrificare il gusto o la varietà. Il progetto ha già portato a una riduzione significativa delle emissioni di anidride carbonica associate ai pasti scolastici, fino al 40% in alcune scuole. L’iniziativa è attiva anche in Germania e in altri Paesi europei.
Nel 2021, la città di Lione, in Francia, ha adottato una misura che prevede un giorno vegetariano obbligatorio a settimana in tutte le mense scolastiche. La decisione ha suscitato polemiche in una nazione fortemente legata alla cultura gastronomica della carne, ma è stata difesa con argomenti sanitari e ambientali. E alla lunga, è stata accettata da molte famiglie, anche grazie al coinvolgimento di nutrizionisti e insegnanti.
Un altro esempio arriva da Amsterdam (Paesi Bassi), una delle città più all’avanguardia nelle politiche alimentari urbane. Qui è nato il progetto City Deal: Food on the Urban Agenda, che coinvolge diverse amministrazioni olandesi nella promozione di diete più sane e sostenibili. L’iniziativa prevede la formazione dei cuochi comunali e si arriva all’introduzione di linee guida nutrizionali, che puntano a ridurre la carne e aumentare legumi e verdure nei pasti pubblici.
A Malmö, in Svezia, le scuole pubbliche hanno adottato da tempo i cosiddetti “menu climatariani”. Ogni piatto proposto agli studenti è valutato anche in base alla sua impronta ecologica, e l’intero menù settimanale viene progettato per rimanere sotto una certa soglia di emissioni. L’iniziativa ha determinato un netto aumento delle opzioni vegetariane e una crescente consapevolezza, anche tra i più piccoli, del legame tra cibo e ambiente.
Anche fuori dall’Europa ci sono esempi interessanti, come in Brasile, dove dal 2009 è attiva la versione locale dei Meatless Monday (lunedì senza carne), chiamata Segunda Sem Carne. Promossa inizialmente dal Ministero dell’Ambiente con il sostegno di ONG e chef noti, l’iniziativa è stata adottata in moltissime scuole, ospedali e uffici pubblici. A San Paolo, ad esempio, ogni lunedì più di mille mense scolastiche servono pasti completamente privi di carne.
La Cina, come abbiamo già visto, è attiva in questo senso, per invertire, o almeno frenare, una tendenza che attualmente vede in salita i consumi di carne. Nel 2016, le autorità sanitarie hanno lanciato un’ambiziosa campagna nazionale per ridurre del 50% il consumo di carne pro capite entro il 2030, a beneficio della salute e dell’ambiente. Per promuovere il progetto, il governo ha anche coinvolto celebrità internazionali. Secondo le stime, se davvero raggiunto, questo obiettivo potrebbe contribuire a evitare fino a un miliardo di tonnellate di emissioni di gas serra ogni anno.
Negli Stati Uniti, l’Università di Berkeley (California) ha aderito al Cool Food Pledge, promosso dal World Resources Institute, impegnandosi a ridurre del 25% l’impatto climatico dei pasti serviti nelle sue mense entro il 2030. Per farlo, ha introdotto piatti vegetali più accattivanti, riformulato le ricette tradizionali e introdotto etichette visive legate all’impatto ambientale degli alimenti.
Mangiare meno carne: le strategie che funzionano

In sostanza, al di là dei proclami o dei divieti, a dare risultati finora sono stati:
- il monitoraggio individuale, che mette sotto la lente ogni piatto:
- etichette semplici e visive, che aprono la riflessione proprio nel momento della scelta;
- un’offerta concreta e intuitiva, da mense scolastiche a ristoranti aziendali.
Viceversa, tra le azioni da sconsigliare e potenzialmente negative per la salute, si possono segnalare:
- Eliminare subito tutte le tipologie di carne, mentre è preferibile ridurre gradualmente la frequenza settimanale o calare le porzioni di proteine di origine animale, sostituendole con proteine vegetali.
- Mangiare più formaggi e latticini, un’abitudine diffusa tra i vegetariani, ma sconsigliabile per l’assunzione di grassi saturi e colesterolo.
- Aumentare fortemente il consumo di alternative vegetali meat sounding (hamburger vegetali e simili), cibi tendenzialmente ultra-processati e quindi non ottimali per la salute.
Come dimostrano questi esempi, un cambio di rotta è possibile, soprattutto attraverso la scuola, ma solo se supportato da politiche coerenti, proposte appetibili e un lavoro capillare sul contesto. I diversi progetti sono accomunati dall’obiettivo di rendere facile, desiderabile e normale la scelta di mangiare meno carne. Superando i pregiudizi, bisogna comprendere che questa decisione non equivale a una rinuncia al gusto o al sacrificio delle tradizioni. Compiendo piccoli passi e ricorrendo a strumenti concreti – diari, segnali visivi, consapevolezza nell’offerta, ecc. – si può raggiungere l’obiettivo.
Se il cambiamento è guidato da scuole, campus o amministrazioni pubbliche, quello che sembrava un piccolo gesto può diventare un moto sociale che prende forma e produce risultati sulla salute individuale, sul clima, e nel rapporto con il cibo.
Immagine in evidenza di: itakdalee/shutterstock
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