Il Cielo in una pentola: inclusione sociale, cibo e territorio in un piatto

il cielo in una pentola

“In fondo diventare grandi significa anche imparare a cucinare, far funzionare la lavastoviglie…”. Con queste parole Maria Cosentino, referente della Cooperativa C’era l’Acca, racconta le origini de Il Cielo in una pentola, un progetto attivo ad Aosta dal 2016 per sostenere percorsi di autonomia per persone con disabilità intellettiva e relazionale. 

Nato da un’idea semplice e senza grandi ambizioni, oggi è diventato un modello felice di formazione, inclusione e relazione attraverso il cibo. Dalla cucina di un appartamento agli eventi pubblici, passando per catering, laboratori e collaborazioni con il territorio, il progetto costruisce ogni giorno nuove possibilità per persone con disabilità ma anche per l’intera comunità.

Il cielo in una pentola: le origini del progetto

Tutto ha avuto inizio quasi per caso. Nel 2016, la cooperativa sociale C’era l’Acca e l’Associazione Girotondo, formata da familiari di persone con disabilità, si sono ritrovate a condividere uno spazio inutilizzato. “Abbiamo proposto un incontro settimanale di cucina per sostenere l’autonomia delle persone coinvolte. Non avevamo altre aspettative”, spiega Cosentino. L’idea era semplice: imparare a cucinare, ad apparecchiare, a usare la lavastoviglie. Piccoli gesti quotidiani che diventano esercizi di crescita personale.

Dopo un anno di attività, l’incontro con l’Unione Cuochi Valdostani ha cambiato la rotta. “Visto il livello raggiunto, abbiamo chiesto loro se potessero affiancarci per qualche incontro di formazione. Da lì, ci è sfuggito tutto di mano, in positivo: alcuni ristoratori ci hanno invitati nei loro locali, sono nati i primi catering e abbiamo iniziato a uscire dal nostro piccolo appartamento”. Da esperienza educativa, Il Cielo in una pentola è diventato un’occasione di professionalizzazione, di lavoro e di relazione.

Cucina, catering e squadra: un modello che cresce

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PH C’era l’Acca Cooperativa Sociale

Oggi il gruppo stabile è composto da otto partecipanti tra i 20 e i 34 anni, tutti con disabilità intellettive differenti. Si tratta di ragazzi e ragazze che, in quasi dieci anni di percorso, sono cresciuti molto, tant’è che due di loro sono attualmente impiegati con borse lavoro in mense scolastiche e aziendali proprio grazie alle competenze assimilate nel progetto. Ma ciò che colpisce, a distanza di anni, è la forza del lavoro di squadra: “Li abbiamo visti crescere nel saper fare, ma anche nel sostenersi a vicenda. Oggi si comportano come un team, anche grazie a un percorso teatrale che ci ha aiutato a costruire senso di appartenenza“.

Il catering resta l’attività principale, con circa 50/60 eventi all’anno, ma la cooperativa sta lavorando per aprire una sede stabile e strutturare un’offerta formativa aperta anche ad altri. “Riceviamo richieste da nuove famiglie, ma oggi non abbiamo le risorse per accogliere tutti. Per questo l’anno scorso abbiamo fondato la cooperativa Il Cielo in una pentola come struttura a sé stante e abbiamo individuato uno spazio da ristrutturare: vogliamo creare un luogo che permetta a chi ha già fatto un percorso di consolidarsi e, insieme, dare un’opportunità a chi sta iniziando“. Un’esperienza in evoluzione che ricorda da vicino altri progetti come Il Tortellante di Modena o l’Osteria La Tela a Rescaldina (MI), dove il cibo diventa strumento di crescita e cittadinanza attiva.

Il cibo come fulcro della relazione

Il Cielo in una pentola si distingue anche per la capacità di costruire relazioni attraverso il cibo, abbattendo barriere culturali, linguistiche e sociali. Un esempio è l’iniziativa nata con alcuni rifugiati ospiti in Valle d’Aosta. Dal 2022 al 2025, infatti, sono stati organizzati sei laboratori interculturali, insieme alle comunità provenienti da Albania, Camerun, Romania, Somalia, Ucraina e Afghanistan. “Abbiamo cucinato piatti dell’Afghanistan e del Camerun, coinvolgendo cuochi e rielaborando insieme le ricette. Non è stato semplice: le differenze culturali sul tema della disabilità erano forti, ma proprio per questo il progetto è stato prezioso“. Il percorso si è concluso con due eventi pubblici, uno ad Aosta, l’altro sulla Skyway del Monte Bianco, e la realizzazione di un ricettario. Le ricette raccolte sono state rielaborate insieme a chef locali e pubblicate in un ricettario in linguaggio facilitato, pensato per essere accessibile anche a chi non parla italiano o presenta disabilità intellettiva. Uno strumento concreto per promuovere l’inclusione e la comprensione attraverso la cucina.

Altrettanto significativa l’esperienza condotta nei centri diurni per anziani. “Abbiamo raccolto ricette dai frequentatori, piatti della memoria spesso poco noti, e li abbiamo serviti in un pranzo speciale. È stato emozionante vedere come i sapori risvegliassero ricordi, episodi, relazioni”.

Una realtà in relazione con il territorio

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PH C’era l’Acca Cooperativa Sociale

Fin dall’inizio, Il Cielo in una pentola ha scelto di lavorare in rete. Il rapporto con l’Unione Cuochi Valdostani è stato centrale, ma non l’unico. Con Slow Food Valle d’Aosta, ad esempio, è nato un percorso di conoscenza delle filiere del territorio. “Abbiamo visitato aziende che producono fontina, miele, pane. I ragazzi hanno imparato termini tecnici, riconosciuto materie prime, e si sono sentiti parte del mondo produttivo”.

Il progetto è attualmente coinvolto anche in un’iniziativa dal titolo “Riscoprire ricette valdostane”, che coinvolge diversi comuni della regione, come Aymavilles, Verrayes, Morgex e Valtournenche, insieme all’Institut Agricole Régional. Il percorso prevede attività di raccolta e reinterpretazione di piatti tradizionali in collaborazione con chef e comunità locali. 

Autonomie e un nuovo sguardo sulla disabilità

Uno degli aspetti più innovativi del progetto è l’incontro tra le persone con disabilità e il pubblico. “Chi partecipa a un catering non sempre sa chi troverà. Questo provoca una sorpresa iniziale” – ci racconta Cosentino – “che poi lascia spazio all’apprezzamento. È un’esperienza potente di trasformazione dello sguardo“.

Cosentino svela un episodio emblematico: “Durante una fiera, uno dei ragazzi si è rivolto con naturalezza al manager dell’evento, senza sapere chi fosse, chiedendogli di attendere per ottenere la birra ordinata. Quella semplicità ha sciolto la tensione, suscitato una risata. È in questi momenti che capiamo il valore del nostro lavoro”.

Nel tempo, anche le strategie educative si sono modificate. “All’inizio cercavamo di rendere tutto ‘perfetto’. Poi ci siamo chiesti: ha senso snaturare la spontaneità delle persone? Forse no. È importante sapere come si serve o come si fa un caffè, ma è altrettanto importante non imbrigliare i nostri ragazzi in regole troppo rigide. A volte, un sorriso sincero o una battuta rimangono più di ogni altra cosa”.

Proprio la spontaneità, la passione e le competenze del gruppo di ragazzi rendono Il Cielo in una pentola un progetto unico, una testimonianza concreta di come cucinare sia un atto sociale, trasformativo, collettivo. La cucina, infatti, è strumento di autonomia, di relazione, di conoscenza. È un progetto che cresce grazie alla rete, all’ascolto, alla fiducia nelle persone, senza porsi limiti predefiniti. E che mostra come, attorno a una pentola, si possa costruire davvero un altro modo di stare insieme. 

 

Immagine in evidenza di: C’era l’Acca Cooperativa Sociale 

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