Il plant-based acquatico: piante marine e nuovi orizzonti

Ormai termine assimilato nei manuali di marketing, la parola plant-based indica una gamma sempre più ampia di scelte alimentari orientate verso i vegetali, spesso in sostituzione di carne e derivati animali. Se negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto su legumi, soia e alternative terrestri, esiste un fronte ancora poco esplorato che affonda le radici – o meglio, i talli – nell’acqua. Parliamo delle piante marine e acquatiche: alghe, microalghe ed erbe d’acqua dolce che stanno emergendo come risorsa preziosa per chi cerca una dieta sostenibile, nutriente e innovativa.
Ma quali sono i loro valori nutrizionali? E siamo proprio sicuri che possa essere una valida opzione per arricchire la nostra tavola e ampliare le scelte dei consumatori?
Piante marine e microalghe: profilo nutrizionale

Partiamo dalle basi: le alghe sono organismi vegetali che crescono in ambienti marini o in acqua dolce. Si distinguono in macroalghe e microalghe: le prime includono varietà largamente note nella cucina asiatica come nori, kombu e wakame, mentre le seconde comprendono specie come spirulina e chlorella, molto usate negli integratori. In termini nutrizionali, sono delle vere e proprie miniere d’oro: hanno un’elevata quantità di proteine complete, ricche di tutti gli amminoacidi essenziali, e sono al tempo stesso una buona fonte di vitamine del gruppo B, vitamina C, ferro, calcio, magnesio, iodio e omega‑3. La spirulina, per esempio, può contenere fino al 60 % di proteine sul peso secco, con un valore biologico elevato, ed è considerata da molte organizzazioni — tra cui la FAO — una risorsa strategica per contrastare la malnutrizione.
Tuttavia, i benefici nutrizionali non vanno disgiunti da una corretta valutazione della provenienza e della qualità del prodotto: le alghe sono letteralmente delle “spugne” e, se coltivate in acque inquinate, possono concentrare metalli pesanti o sostanze indesiderate.
E per quanto riguarda l’impatto ambientale?
Sostenibilità e impatto ambientale
Uno dei motivi principali per cui le alghe stanno attirando l’interesse della comunità scientifica e dell’industria alimentare è la loro straordinaria sostenibilità ambientale. A differenza delle colture terrestri, infatti, la loro crescita non richiede suolo coltivabile, pesticidi né grandi quantità di acqua dolce. Inoltre, possono essere coltivate sia in mare aperto sia in vasche controllate.
Secondo alcune analisi, meno del 2 % delle superfici oceaniche mondiali sarebbe sufficiente per soddisfare il fabbisogno globale di alghe alimentari. In più, durante la crescita, le alghe assorbono anidride carbonica, contribuendo alla riduzione dei gas serra.
In Europa, diversi progetti finanziati dall’Unione — come EU4Algae — stanno spingendo verso una filiera regolamentata e sicura, che consenta di coltivare e commercializzare le alghe rispettando i requisiti di qualità e sicurezza alimentare.
Paesi come la Danimarca e la Germania stanno investendo nella ricerca applicata per promuoverne l’utilizzo in ambito gastronomico, oltre che cosmetico. Tuttavia, la diffusione delle alghe in Europa è ancora limitata rispetto all’Asia. Per ampliare il mercato serve lavorare non solo sulla produzione, ma anche sulla cultura alimentare dei consumatori.
Ma se ci si guarda attorno per un istante, si può notare che l’aumento del consumo europeo è già in crescita.
Il plant‑based acquatico oggi: tendenze e applicazioni

Negli ultimi anni, le alghe sono entrate in modo più visibile nelle cucine europee. Tra i giovani, in particolare, è cresciuto l’interesse per snack a base di alghe, condimenti marini di origine vegetale, prodotti da forno arricchiti con farine di spirulina o chlorella. I numeri lo confermano: secondo un ultimo sondaggio europeo del 2024, il 24 % degli under 25 europei consuma alghe almeno una volta al mese.
Inoltre, chef e ristoratori iniziano a esplorare il potenziale gastronomico delle varietà locali di macroalghe, proponendole come parte integrante di piatti a base di pesce o anche in versioni plant‑based, per arricchire zuppe, insalate, burger vegetali e condimenti. La versatilità delle alghe le rende adatte a una grande varietà di preparazioni: dalle salse ai pesto marini, fino ai sostituti del parmigiano e agli snack croccanti. Insomma, non un semplice ingrediente da relegare solo alle ricette orientali, ma un’opportunità da conoscere e sviluppare.
Nel mondo della trasformazione alimentare, intanto, emergono startup che puntano a valorizzare la spirulina e la chlorella come ingredienti funzionali per biscotti, pasta, barrette proteiche e persino bevande fermentate. Se fino a pochi anni fa erano confinate agli scaffali degli integratori, oggi queste microalghe stanno trovando un posto anche nella quotidianità alimentare, spesso grazie alla spinta dell’industria vegan o sportiva.
E tu cosa ne pensi? Il futuro alimentare si prospetta a base di alghe?
Immagine in evidenza di: Nungning20/shutterstock
Leggi anche
L’articolo Il plant-based acquatico: piante marine e nuovi orizzonti sembra essere il primo su Giornale del cibo.