Alternative vegetali: negli USA l’era Trump segna un’inversione di tendenza a favore della carne

cibo plant based

Negli USA le alternative vegetali stanno arrancando, a causa della guerra culturale scatenata da Donald Trump per favorire la carne. Se anche oltreoceano hamburger vegani e simili fino a pochi anni fa erano in ascesa – considerati tra le risposte concrete contro la crisi climatica – ora rappresentano solo l’1% del mercato statunitense, in un contesto di crescente consumo di prodotti di origine animale. Ma come stanno le cose e in che misura gli Stati Uniti, sotto l’impulso governativo, si discostano dall’Europa e dall’Italia? Dopo aver approfondito le ricerche sulla fame da junk food, cerchiamo di saperne di più, considerando studi e recenti pubblicazioni.

Negli Stati Uniti torna di moda la carne

hamburger
Ari N/shutterstock

Fuori moda non lo è mai stata, ma il ritorno alla presidenza di Donald Trump negli USA sta segnando una risalita evidente del consumo di carne, dopo anni di campagne democratiche a sostegno delle alternative vegetali. Le vendite di questi prodotti più sostenibili, infatti, sono in calo e nel 2025 i cibi da frigo e surgelati di aziende come Beyond Meat e Impossible Foods, ma non solo, hanno accusato un -17%. Anche il 2024, con un -7%, non è stato facile: gli americani hanno acquistato 75 milioni di unità di carne vegetale in meno rispetto al 2022. Oggi hamburger, salsicce e altri preparati a base di legumi negli USA non superano l’1% del mercato totale della carne, numeri davvero impietosi.

Di questo tema si è occupata anche la testata britannica The Guardian, inoltre, un report dell’industria indica che, nell’anno concluso il 20 aprile 2025, le vendite dei “meat alternatives” congelati hanno registrato un calo del 5,3% in valore e del 7,8% in unità, mentre le proteine alternative refrigerate sono diminuite del 12,1% in valore e del 14,4% in unità, come riporta Food Navigator USA.

Il vecchio amore degli americani per la carne, invece, è riemerso più forte che mai. All’azione dei lobbisti di questo settore economico cruciale – che nella campagna elettorale 2024 avevano finanziato la candidatura di Trump – si è unito il contributo di influencer del benessere online che promuovono un maggiore consumo di cibi proteici, una tendenza sempre più diffusa negli ultimi anni, come abbiamo avuto modo di approfondire.

Il motto “Make America Healthy Again“, caro al ministro della Salute degli Stati Uniti Robert F. Kennedy Jr., si è legato alla dieta proteica. In modo sommario, le alternative vegetali sono state inserite nella categoria generica dei cibi ultra-processati, contro i quali si scaglia l’esponente del governo in quanto non salutari.

Secondo Ethan Brown, amministratore delegato di Beyond Meat, “Il consumo di carne è in aumento e c’è una cultura politica che lo appoggia. L’industria ha convinto la gente che c’è qualcosa di sbagliato nelle alternative vegetali. Dobbiamo superare questo periodo”.

In questo senso, sul piano della comunicazione e del marketing, l’azienda studia un superamento dei nomi meat sounding, per orientarsi su preparati ricchi di proteine ma che non si pongono più l’obiettivo di imitare manzo o pollo. Anche la politica commerciale di Impossible Foods negli USA valuta di affiancare la carne anziché di sostituirla, ipotizzando un hamburger ibrido vegetale-carne.

Il rinnovato sostegno alla carne ha scarse basi scientifiche

piatto di carne e piatto di verdure
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Il successo della nuova tendenza anti-veg americana, però, non può contare sull’appoggio del mondo scientifico. Al netto di un’informazione spesso fuorviante, i prodotti di origine vegetale contengono generalmente meno grassi saturi, più fibre e circa le stesse proteine ​​della carne lavorata. Inoltre, barrette, bevande e altri prodotti ad alto contenuto proteico, sempre più popolari, sono altamente processati, ma non scontano la stessa ostilità che caratterizza le alternative vegetali. D’altronde, la dieta americana è la più iperproteica, ma gli scaffali dei supermercati sono pieni di prodotti arricchiti di proteine, come se l’alimentazione comune ne fosse povera.

Secondo Shauna Downs, ricercatrice della Rutgers School of Public Health che ha studiato le opinioni degli americani, c’è una discrepanza tra le evidenze sull’impatto ambientale della carne e ciò che nel quotidiano orienta il comportamento dei consumatori. La maggior parte di loro comprende i benefici del consumo di più prodotti vegetali, ma solo un quarto è disposto a farlo; peraltro, la stragrande maggioranza dei cittadini USA non considera l’ambiente una priorità nella scelta dei pasti.

Negli USA la carne è un’abitudine identitaria. Gusto e prezzo prevalgono sulla sostenibilità

crocchette di pollo
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L’alimentazione, in sostanza, resta un caposaldo culturale: negli Stati Uniti la maggior parte delle persone non può fare a meno della carne, e un quinto degli americani mangia ancora carne rossa cinque o più volte a settimana. A prescindere dalle mode alimentari e dalla sensibilità per la crisi climatica, questa abitudine è cambiata ben poco. Nel 2023, secondo Gallup, solo il 4% delle persone negli USA si è identificato come vegetariano, dato in calo rispetto al 6% del 2001. Solo l’1% è vegano, e solamente un cambiamento nel comportamento dei giovani potrà invertire una tendenza consolidata e ridurre il consumo di carne, come ha indicato un rapporto Globe Scan del 2023.

Le alternative vegetali, per quanto migliorate e migliorabili, restano un’opzione secondaria e spesso più costosa della carne, altro aspetto di primaria importanza se si mira a diffonderle tra tutte le fasce della popolazione. Negli USA, anche l’inflazione ha avuto un impatto notevole sugli acquisti alimentari.

Quando fanno la spesa, quindi, “i consumatori continuano ad anteporre il gusto e il prezzo alla sostenibilità, che resta un fattore importante solo per poche persone. Il mercato delle alternative vegetali, qualunque esse siano, non può prescindere da questo”, ha affermato Jody Kirchner, direttore associato per le analisi di mercato presso il Good Food Institute, che ha condotto ricerche sul settore dei prodotti a base vegetale.

Nell’era Trump poco spazio per ambientalismo e altruismo

Al netto delle considerazioni pratiche e razionali, non va trascurato il contesto sociale nel quale proliferano queste tendenze. L’affermazione di Donald Trump, con l’impronta che sta imprimendo sugli Stati Uniti, coincide con una rivalutazione della vita rurale, tradizionale e della sovranità alimentare – per quanto posticcia e superficiale – che si abbina alla valorizzazione della carne.

In parallelo, i comportamenti individualistici, se non egoistici, promossi dal tycoon lasciano poco spazio all’altruismo e all’ambientalismo, valori in genere importanti per chi si orienta verso la scelta vegetariana.

Ad ogni modo, negli Stati Uniti le tipologie di consumatori sono molto eterogenee e differenziate fra regioni, fasce demografiche e stili di vita, anche se la retorica politica tende a delineare un “americano tipo”. Al di là dell’ideologia, i temi della salute a tavola e dell’ecologia non possono essere cancellati, e in modo ciclico, come per la politica, potranno scalare la classifica delle priorità anche negli Stati Uniti.

In Europa la situazione è diversa, ma in Italia ci si allontana dalla vera dieta mediterranea

carne plant based
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Negli Stati Uniti, quindi, la carne continua a occupare un ruolo centrale nell’alimentazione e nell’immaginario collettivo, e le alternative vegetali attraversano una fase di rallentamento. Il consumo pro capite, il più elevato al mondo, attualmente si aggira intorno ai 120 kg annui, con un aumento delle carni bianche, in particolare di pollo.

In Europa, e in particolare in Italia, la situazione è diversa, quasi opposta. Pur con differenze nazionali significative, il consumo di carne mostra una tendenza tra la stabilizzazione e una leggera riduzione, mentre le alternative vegetali registrano una crescita costante. Secondo i dati del Good Food Institute Europe, nel 2024 il mercato dei prodotti plant-based nel nostro Paese ha raggiunto un valore di circa 639 milioni di euro nei canali della grande distribuzione, con un incremento del 7,6% rispetto all’anno precedente. All’interno di questo dato, la sola categoria delle “carni vegetali” ha superato i 190 milioni di euro, con un balzo di oltre il 24% nel giro di due anni.

In Italia, il consumo pro capite di carne è di circa 78 kg/anno, in lieve calo rispetto agli anni precedenti. A emergere sono due tendenze diverse: un decremento della carne rossa e una crescita del pollame, quest’ultimo aspetto accostabile a quanto si sta verificando in America. Nel nostro Paese il gradimento per le diete a base vegetale, seppur ancora parziale, ha assunto anche un tratto culturale e la cosiddetta transizione proteica sembra avere radici più solide rispetto al contesto statunitense. Come abbiamo visto, però, ci si allontana dalla vera dieta mediterranea e le differenze alimentari tra fasce socio-economiche, culturali e di età restano nette. La popolazione più svantaggiata, infatti, più di frequente tende ad esagerare con gli zuccheri e i grassi saturi. Nello scenario europeo, complessivamente, la direzione appare più “vegetale”: l’idea di mangiare meno carne ha di fatto il sostegno politico e normativo di Bruxelles, che incoraggia modelli alimentari più sostenibili, a partire dalla strategia Farm to Fork, nell’ambito dei piani sul clima e sulla salute pubblica. Al momento, perciò, possiamo confrontare due esempi diversi, che raccontano non solo differenze economiche e politiche, ma anche visioni culturali distinte sul futuro del cibo.

 

Immagine in evidenza di: Tatjana Baibakova/shutterstock

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