La cucina italiana patrimonio UNESCO

Il riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO, arrivato lo scorso dicembre, è stato accolto con entusiasmo da istituzioni, media e comunità locali. Un traguardo che mette al centro non solo piatti identitari come la pizza o prodotti apprezzati in tutto il mondo come il Parmigiano Reggiano, ma un sistema complesso di saperi, pratiche, relazioni e ritualità quotidiane che rendono la cucina italiana qualcosa di più di una tradizione gastronomica: un vero e proprio patrimonio culturale vivente.

A costruire e sostenere questa candidatura, fin dalle prime fasi, è stata anche la Fondazione Casa Artusi, punto di riferimento per la valorizzazione della cucina domestica e del pensiero di Pellegrino Artusi, considerato il padre della cucina italiana moderna. Il legame tra cibo, cultura e società, insieme al valore della trasmissione familiare dei saperi, sono alcuni degli elementi chiave che hanno orientato il dossier, ma anche le riflessioni che ne stanno seguendo il riconoscimento.
Ne abbiamo parlato con Andrea Segrè, presidente della Fondazione Casa Artusi, economista e divulgatore da sempre impegnato sui temi della sostenibilità alimentare, che ci ha aiutato a leggere il significato di questo traguardo, le responsabilità che comporta e le prospettive che apre per il futuro della cucina italiana.
Cucina italiana UNESCO, un patrimonio di gesti e rituali

Che cosa comporta, in concreto, il riconoscimento della cucina italiana da parte dell’UNESCO? Per Andrea Segrè, presidente di Casa Artusi, la risposta è chiara: non si tratta di un sigillo nostalgico, ma di un invito a custodire un sapere vivo, quotidiano, da trasmettere e rinnovare con consapevolezza.
Professor Segrè, il riconoscimento UNESCO è stato salutato con grande entusiasmo in tutto il Paese. Che significato ha questo traguardo e cosa comporta concretamente?
A.S.: “Il riconoscimento UNESCO significa che la cucina italiana viene riconosciuta come pratica culturale viva, non come insieme di ricette o prodotti. Concretamente comporta una responsabilità: tutelare, trasmettere e innovare questo patrimonio, rafforzando educazione alimentare, sostenibilità, cucina domestica e legame con i territori. Non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un impegno collettivo.”
Casa Artusi ha svolto un ruolo chiave nella candidatura, fin dalle sue fasi iniziali. Ci racconta in che modo la Fondazione ha contribuito alla costruzione del dossier e alla visione culturale che ha sostenuto questo progetto? Quali sono stati i punti centrali su cui avete scelto di porre l’accento?
A.S. : “Assieme alla Rivista della Cucina italiana e all’Accademia italiana della Cucina, Fondazione Casa Artusi ha contribuito fin dalle fasi iniziali, lavorando alla cornice culturale e scientifica della candidatura. Il dossier, curato dal nostro presidente del Comitato scientifico Massimo Montanari, ha posto al centro la cucina domestica, la trasmissione dei saperi, la convivialità e la diversità bioculturale. Abbiamo voluto raccontare la cucina italiana come sistema culturale quotidiano, ispirandoci al pensiero di Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana moderna.”

Il titolo della candidatura, “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity”, suggerisce che il valore della cucina italiana non risiede solo nei piatti, ma nel sistema complesso che li genera. Quali sono gli elementi più rappresentativi di questo patrimonio immateriale?
A.S.: “Gli elementi più rappresentativi sono la diversità bioculturale, il rapporto con i territori, la cucina domestica e la trasmissione familiare dei saperi. La casa è il vero luogo in cui la cucina italiana si conserva e si rinnova: è lì che il patrimonio diventa pratica quotidiana e identità condivisa.”
La candidatura pone l’accento, come abbiamo visto, sulla sostenibilità. In che modo la cucina italiana quotidiana può contribuire a un rapporto più equilibrato con l’ambiente?
A.S.: “La cucina italiana quotidiana insegna stagionalità, sobrietà, valorizzazione degli ingredienti e lotta allo spreco. Il suo valore educativo sta nel dimostrare che mangiare bene può significare anche consumare meno e meglio, rispettando risorse e territori. È una sostenibilità culturale prima ancora che tecnica.”
Proprio a partire da questo riconoscimento, Casa Artusi ha annunciato la nascita di un Osservatorio internazionale sulla cucina italiana e il buon gusto. Quali sono gli obiettivi principali di questa iniziativa?
A.S.: “L’Osservatorio internazionale sulla cucina italiana e il buongusto nasce per studiare, analizzare e raccontare come la cucina italiana viene percepita e praticata non solo in Italia ma anche nel mondo. L’obiettivo è mantenere il patrimonio UNESCO vivo, inclusivo e contemporaneo, offrendo dati, riflessioni e strumenti utili a istituzioni, imprese e comunità culturali.”

Trasmettere questo sapere alle nuove generazioni è senza dubbio una sfida cruciale. Come garantire che la cucina italiana resti un patrimonio “vivente”?
A.S.: “La cucina italiana resta viva se viene praticata. Servono scuole che educhino al cibo, famiglie che cucinino insieme, comunità locali che custodiscano e condividano le tradizioni. La trasmissione non è solo insegnamento tecnico, ma esperienza quotidiana e relazione.”
Quando un patrimonio viene riconosciuto, c’è sempre il rischio che venga “musealizzato”. Come possiamo evitare che accada anche alla cucina italiana?
A.S.: “Si evita la musealizzazione riconoscendo che la cucina italiana è, per natura, in evoluzione. Va valorizzata senza fissarla in modelli rigidi, lasciando spazio a innovazioni, contaminazioni e adattamenti. Gli strumenti sono la ricerca, la formazione e una narrazione culturale aperta, non nostalgica.”
Concludiamo con una nota più personale. C’è un gesto, un piatto o un ricordo della sua esperienza con la cucina italiana che, secondo lei, incarna in modo esemplare il significato profondo di questo patrimonio immateriale?
A.S.: “Un gesto semplice: cucinare insieme, a casa, trasformando ingredienti comuni in un pasto condiviso. È lì che la cucina italiana esprime il suo senso più profondo: relazione, cura, identità. Un patrimonio che vive nel quotidiano, non nelle occasioni straordinarie.”
Una conclusione che restituisce con semplicità il senso profondo di un’eredità viva, fatta di scelte quotidiane, gesti condivisi e relazioni da coltivare. Qual è il tuo gesto che rappresenta il patrimonio della cucina italiana? Raccontacelo nei commenti!
Immagine in evidenza di: Casa Artusi
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