Le persone al centro: l’esperienza del bar formativo Tribe Up & Down

A Torino un bar che serve caffè, panini e sorrisi si è trasformato in un esempio concreto di inclusione sociale. Non si tratta solo di un esercizio commerciale, ma di un bar formativo in cui giovani con sindrome di Down e disabilità cognitive possono sperimentarsi, crescere e costruire autonomia. Si chiama Tribe Up & Down, ed è un progetto che unisce cibo, relazioni e formazione con un approccio originale che mette davvero le persone al centro.
A raccontarcelo è Roberto Canu, formatore e ideatore del progetto, che ha saputo portare in questo contesto un’esperienza maturata in anni di lavoro nel campo della formazione manageriale e delle dinamiche relazionali. “Il punto di partenza è sempre lo stesso”, spiega, “capire chi sei prima ancora di scoprire cosa sai fare”.
Un approccio che parte dalle persone: il quadro biologico dei bisogni

Roberto Canu è trainer accreditato AIF (Associazione Italiana Formatori) e co‑fondatore di Tribe Form, una realtà che si occupa di formazione esperienziale basata sull’analisi dei bisogni innati delle persone. Insieme a Patrizia Faidiga, ha creato Tribe Up & Down con l’obiettivo di trasferire questo sapere anche in ambito educativo e sociale, a partire da un’urgenza personale e professionale.
“La voglia di fare qualcosa per quei ragazzi che spesso non si sentono capiti è nata dal desiderio di superare una visione limitata, che mette l’accento solo su ciò che sanno fare, dimenticando cosa gli piace fare”, racconta. Il metodo che sta alla base del progetto si fonda sulla distinzione tra ciò che si apprende e ciò che si è per natura: le competenze si imparano, ma le predisposizioni vanno ascoltate e riconosciute. “Abbiamo tutti un carattere, frutto dell’educazione e dell’esperienza, ma c’è qualcosa che viene prima: il nostro temperamento. È ciò che siamo predisposti a sentire e fare, anche prima che la vita ci insegni qualcosa. Se partiamo da lì, possiamo davvero mettere le persone al centro”.
Ed è proprio su questo approccio, sull’analisi del quadro biologico delle persone, del loro temperamento e delle loro caratteristiche innate, che si fonda l’esperienza del bar formativo torinese e lo distingue da altri progetti con finalità simili, da PizzAut a Diversamente bistrot, per fare solo due esempi che abbiamo raccontato.
Il bar come spazio di formazione e relazione

Tribe Up & Down apre nel febbraio 2024 in Corso Dante, a Torino, dopo un anno di lavori, incontri e sperimentazioni. Ma l’idea di fondo era chiara da subito: “Non volevamo semplicemente aprire un bar, ma creare un ambiente per i ragazzi, dove potessero esprimersi senza doversi adattare a modelli standardizzati”.
A oggi, il progetto ha coinvolto circa 15 ragazzi, alcuni in tirocinio, altri in apprendistato o stage, ma tutti accomunati da un’esperienza che va oltre la dimensione lavorativa. “La cosa più bella è che anche chi ha terminato il percorso continua a frequentarci. Per noi è un segno importante: vuol dire che il legame resta, che lo spazio formativo è diventato un riferimento”.
Un esempio concreto è quello di Nadir, inizialmente considerato “troppo timido” per lavorare con il pubblico. “Da noi lavora in cucina, prepara la mise en place dei panini, e ogni tanto esce dalla sua postazione per controllare quanti ne sono stati venduti. Ha trovato il suo spazio, senza forzature, e la sua grande soddisfazione è il gradimento dei panini che prepara”. Un’altra storia è quella di Federico che ha studiato per occuparsi della caffetteria, ma una volta da Tribe Up & Down ha trovato il suo posto come dj.
Un metodo personalizzato, una visione inclusiva
Il bar formativo si fonda su un concetto chiave: formazione attitudinale. Non si tratta solo di insegnare competenze tecniche, ma di ascoltare i bisogni e le inclinazioni profonde di ogni ragazzo. “Tutti parlano di mettere le persone al centro, ma se non so chi sei, come faccio a farlo davvero? Rischio di proporti ciò che funziona per me, non per te”, riflette Canu.
In questa prospettiva, il lavoro diventa uno strumento di relazione più che una performance da misurare. “Quando un ragazzo con disabilità si sente compreso nel suo quadro biologico, la frustrazione si riduce e si apre lo spazio per la crescita. Questo cambia anche il modo in cui si relaziona agli altri: nasce una nuova disponibilità, un nuovo entusiasmo”.
Per questo Tribe Up & Down collabora con istituti scolastici e professionali del territorio, come il Beccari, il Colombatti e il Giolitti, per creare percorsi che siano contemporaneamente esperienze di alternanza scuola-lavoro e processi di apprendimento autentico.
Un luogo che trasmette benessere

Un altro aspetto che sorprende, e che spesso viene notato dai clienti, è l’atmosfera del locale. “Molti ci dicono che qui si respira gentilezza, che si sentono accolti, come in famiglia”, racconta Canu. “Ecco, quando un cliente ci dice ‘mi sembra di stare in un posto dove tutti stanno bene’, per noi è la vera vittoria”.
La qualità dell’ambiente nasce da un equilibrio che non si costruisce solo con l’organizzazione del lavoro, ma anche con la piacevolezza e la coerenza tra ciò che si fa e ciò che si è. “Noi crediamo che la sensazione di benessere si generi quando una persona fa qualcosa che le piace, non solo qualcosa che ha imparato a fare. Questo vale per tutti, non solo per chi ha una disabilità”.
Uno degli aspetti più innovativi del progetto, infatti, è il modo in cui cambia lo sguardo sulla disabilità. “La difficoltà per un’azienda, ma anche per le persone, è comprendere il vantaggio che può portare una persona con un funzionamento diverso. Ma se impariamo a osservare, ci accorgiamo che ragazzi con lo spettro autistico, per esempio, possono migliorare enormemente un processo grazie alla loro precisione metodologica. E chi ha una forte empatia, come nel caso di molti ragazzi con sindrome di Down, porta un valore enorme in termini di accoglienza e relazione”.
Non si tratta quindi di “includere per dovere”, ma di valorizzare competenze che spesso restano invisibili. “Per me” aggiunge Canu “inclusione significa creare spazi dove le differenze generano valore, non ostacoli. E dove, se anche non venissi retribuito, verresti lo stesso perché stai bene”.
Oltre il bar: crescere e includere sempre più persone
A quasi due anni dall’apertura, Tribe Up & Down si trova davanti a una nuova fase. “Abbiamo un centro formativo di 100 metri quadrati accanto al bar, e stiamo valutando di abbattere il muro per unire gli spazi. Ci piacerebbe inserire nuove attività come arte bianca e pasticceria, per accogliere altri ragazzi e ampliare l’offerta formativa”.
La visione di Canu non si ferma a Torino. Il desiderio è quello di portare questo modello altrove, in particolare attraverso la formazione: “Vorrei andare nelle aule non più solo con gli imprenditori, ma con i ragazzi che si stanno preparando a lavorare. E anche con le realtà ristorative che vogliono sperimentare un approccio diverso al lavoro”.
Tribe Up & Down è in primis un bar, ma anche un laboratorio sociale, un progetto educativo e uno spazio relazionale dove il cibo è solo il punto di partenza. Qui l’inclusione è una pratica quotidiana che nasce dall’ascolto, dalla conoscenza e dalla volontà di costruire ambienti dove ogni persona possa esprimere la propria unicità. A Torino, una piccola grande rivoluzione è già in corso, e il suo potenziale è tutto da esplorare. Conoscevi già la loro storia?
Immagine in evidenza di: Tribe Up & Down
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