Slow Wine Fair e SANA Food 2026: il vino e il bio rilanciano la sfida della transizione agroecologica e dell’etica nel settore

Slow Wine Fair 2026

Slow Wine Fair e SANA Food 2026, che si sono svolti per la seconda volta in un’edizione congiunta sempre presso BolognaFiere, hanno confermato una visione che ambisce a ridefinire il significato stesso di qualità nel comparto agroalimentare. Oltre a creare un format fieristico attrattivo, infatti, i due eventi sono stati l’occasione per diffondere i concetti di sostenibilità etica, ambientale e produttiva cari a Slow Food, orientati a un modello agroecologico completo in tutti gli aspetti. Giustizia sociale, lavoro femminile, consumo come relazione e agricoltura come presidio in difesa del territorio sono stati i temi al centro del dibattito: come affrontarli in modo concreto, portandoli avanti insieme? Dopo i nostri consigli sui principali eventi alimentari del 2026, ecco di cosa si è parlato in questo importante appuntamento. 

Lavoro in vigna: qualità e giustizia non sono scindibili

Slogan del Slow Wine Fair 2026
PH Slow Wine Fair 2026

In questa edizione 2026 conclusa il 24 febbraio scorso, Slow Wine Fair e SANA Food, per la seconda volta in forma congiunta, hanno visto crescere i loro numeri. Sono stati 16.000 i visitatori (+6% rispetto al 2025), 350 i buyer internazionali provenienti da 30 Paesi e più di 1.100 le cantine presenti e 300 le aziende del bio alimentare. Ma il dato quantitativo, pur rilevante in una fase complessa per il mondo del vino, passa in secondo piano rispetto alla portata dei temi discussi, incentrati sulla giustizia sociale e ambientale, affrontate in modo diretto e talvolta scomodo.
A pochi giorni dalla riattivazione del Tavolo anticaporalato presso il Ministero del Lavoro, Slow Wine Fair ha scelto di porre al centro la questione del lavoro agricolo, con particolare attenzione ai braccianti migranti che costituiscono una quota decisiva della manodopera in vigna. “Il vino è buono solo se è giusto” è il motto dell’iniziativa, perché non bastano l’eccellenza organolettica e sensoriale, il riconoscimento internazionale o la performance commerciale se dietro una bottiglia si annidano sfruttamento, irregolarità contrattuali o dumping salariale. La qualità in questi casi è mutilata, e la cronaca negli ultimi anni ci ha riportato diversi episodi del genere nelle più celebrate zone vitivinicole italiane. Yvan Sagnet, Presidente NOCap (associazione e certificazione italiana nata nel 2011 per contrastare il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura), ha ricordato che “Il caporalato, in forme diverse, si può dire che sia diffuso in tutta Italia”.

Le testimonianze, delineando la situazione, hanno mostrato le due facce del settore. Da un lato, il sistema del caporalato, con lavoratori pagati a cottimo, privi di tutele e spesso costretti a condizioni abitative degradanti. Dall’altro, reti virtuose che puntano su formazione, regolarizzazione e tracciabilità etica. In questo contesto, l’Accademia della Vigna (academy a impatto sociale sulla viticoltura) ha illustrato percorsi di inserimento e qualificazione professionale rivolti soprattutto a lavoratori provenienti dall’Africa e dal subcontinente asiatico, con l’obiettivo di costruire relazioni stabili tra aziende e manodopera. Il lavoro di NOCap, inoltre, ha evidenziato un dato strutturale: la domanda di lavoro agricolo esiste, ma il sistema di regolazione dei flussi migratori è inefficiente e lascia spazio alle irregolarità. 

L’intervento sul prezzo lungo la filiera – con il coinvolgimento della grande distribuzione – è stato indicato come leva indispensabile per garantire salari dignitosi. In questa prospettiva, il “bollino etico” o le etichette con QR code che raccontano le condizioni di produzione diventano strumenti di trasparenza, ma anche di responsabilizzazione del consumatore. Serena Milano, direttrice generale di Slow Food Italia, ha affermato che “Bere un buon vino non ha nulla a che fare con il nutrimento quotidiano, è piuttosto un’esperienza gastronomica, conviviale. Questa dimensione sociale e culturale fa sì che sia ancora più importante avere la certezza che quel vino non sia il frutto dello sfruttamento di ragazzi vulnerabili, perché soli e poveri in un Paese straniero.” 

Donne in agricoltura, tra invisibilità e leadership emergente

donne in agricoltura
PeopleImages/shutterstock

Il secondo asse di riflessione ha riguardato la questione di genere, con i dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto e dell’Istat che descrivono un divario salariale medio di circa 1.800 euro annui a sfavore delle lavoratrici agricole. A questo si aggiungono precarietà, sovraccarico domestico e, nei casi più gravi, ricatti e molestie. Eppure il comparto vitivinicolo mostra segnali di trasformazione già da anni. Il 28% delle cantine italiane è oggi diretto da donne e la presenza femminile cresce lungo la filiera, come avviene anche nell’ortofrutta, fino a diventare maggioritaria nei settori marketing e comunicazione. La narrazione di questa rivoluzione nel mondo del vino trova riscontro in storie imprenditoriali che hanno saputo coniugare competenza tecnica e visione culturale, superando pregiudizi radicati. Secondo Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, “Tuttora il femminile vive costretto in stereotipi e cliché che rendono certamente impervi i percorsi, e quando le donne raggiungono traguardi, lo fanno ‘nonostante’”.

L’esperienza di reti internazionali come Grapes of Change (iniziativa europea che combatte la violenza di genere e le discriminazioni nel settore vinicolo) punta a costruire un osservatorio europeo sull’inclusività e a fornire strumenti formativi alle imprese. La richiesta che emerge è strutturale: non bastano testimonianze individuali, occorre rappresentanza adeguata, capace di tradurre l’empowerment in diritti esigibili. Per Jean-René Bilongo, presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto, “Raccontare la condizione delle donne in agricoltura è un atto politico e sindacale”.

Dal profitto alla comunità: il vino come bene relazionale

bottiglie di vino durante una masterclass dello  Slow Wine Fair 2026
PH Slow Wine Fair 2026

Uno dei momenti simbolicamente più forti è stato il dialogo tra il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI (Conferenza episcopale italiana) e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, insieme ai giovani vignaioli. Il confronto ha attraversato temi ambientali, economici e antropologici, mettendo in discussione il paradigma della crescita illimitata. Il sistema alimentare, responsabile di una quota significativa delle emissioni e dello spreco globale – con circa il 30% del cibo prodotto che finisce inutilizzato – non può continuare a operare secondo logiche esclusivamente competitive. Il vino, prodotto identitario e culturale per eccellenza, è chiamato a farsi laboratorio di un modello diverso, fondato su beni comuni e beni di relazione.

Il passaggio dal consumatore al “co-produttore” sintetizza questa visione, perché chi acquista non compie un atto neutro, ma sostiene un determinato modello di produzione. La fraternità, evocata come categoria sociale oltre che etica, diventa condizione per la giustizia e l’uguaglianza. In questo quadro, la qualità organolettica resta necessaria, ma non più sufficiente. Carlo Petrini ha puntualizzato che “Non è possibile concentrare la qualità del vino solo sull’aspetto organolettico. Senza una componente di responsabilità sociale, questo sistema è destinato a scomparire”. Per il Cardinale Matteo Maria Zuppi “Quando comprendiamo di essere una comunità di destino, superiamo l’idolatria del possesso e del profitto, che è deformante e ci fa male”.

Terre Alte e paesaggi fragili: la viticoltura come presidio del territorio

Slow Wine Fair 2026
PH Slow Wine Fair 2026

La dimensione ambientale è stata approfondita in un convegno dedicato alle Terre Alte. In un Paese in cui oltre il 94% dei comuni è classificato a rischio idrogeologico, la manutenzione dei terrazzamenti e delle coltivazioni in pendenza, l’inerbimento controllato, il sovescio e la cura dei muretti a secco non sono solo pratiche agronomiche, ma interventi di prevenzione del dissesto. Dalle Cinque Terre all’Alta Valle Bormida, fino ai vigneti estremi a oltre 3.000 metri in Argentina, è emersa una visione della viticoltura come presidio del paesaggio e contrasto allo spopolamento. Il recupero dei terrazzamenti abbandonati, la valorizzazione di vitigni autoctoni e rari, l’integrazione dei migranti nelle comunità locali e lo sviluppo di un turismo lento e consapevole delineano un modello rigenerativo. Per Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, la viticoltura, infatti, “non è soltanto produzione agricola: è presidio del paesaggio, contrasto allo spopolamento e capacità di costruire inclusione”.
La parola chiave, quindi, non è “eroico” – aggettivo generalmente accostato alla viticoltura in altura e in pendenze impervie – ma responsabilità condivisa. Difendere i territori fragili significa offrire ai giovani una prospettiva concreta di futuro e riconoscere che la vera innovazione non è accelerare, bensì custodire e rigenerare.

L’agenda programmatica e i “Sei Sì” dell’agroecologia

La convergenza tra le due manifestazioni ha assunto anche una dimensione programmatica. L’alleanza tra FederBio, Legambiente e Slow Food Italia ha aggiornato la piattaforma dei “Sei Sì”:

  1. all’agroecologia contro l’intensivo;
  2. al biologico e al biocontrollo contro la chimica di sintesi;
  3. a un allevamento rispettoso degli ecosistemi;
  4. all’educazione alimentare strutturale;
  5. alla riduzione degli sprechi;
  6. ai diritti, contro caporalato e agromafie.

Il confronto con il nono pacchetto Omnibus dell’Unione europea ha evidenziato timori per un possibile indebolimento del principio di precauzione, a causa delle estensioni alle autorizzazioni ai fitofarmaci di sintesi. Inoltre, è stato ribadito che la competitività non può tradursi in deregolamentazione permanente. La transizione agroecologica, infatti, richiede coerenza normativa, ricerca indipendente e revisione dei sussidi che ancora premiano modelli ad alto impatto. Con oltre il 20% della superficie agricola utilizzata coltivata a biologico e un valore che sfiora i 7 miliardi di euro, il comparto italiano si propone come asset strategico capace di orientare l’intero sistema produttivo. Barbara Nappini ha puntualizzato che “Parlare di competitività e sostenibilità economica senza parlare di tutela della biodiversità e di fertilità dei suoli, senza una riflessione sulla gestione delle aree interne, soprattutto in Italia, rappresenti una visione miope che mette al centro una competitività non in grado di garantire un futuro di pace e prosperità, e il cibo buono pulito e giusto che lo nutre, a tutte e tutti”.

Un modello integrato per il futuro?

Slow Wine Fair 2026
PH Slow Wine Fair 2026

SANA Food ha consolidato il proprio ruolo di piattaforma per l’alimentazione fuori casa sana e sostenibile, valorizzando DOP, IGP, referenze veg e social food, oltre a progetti innovativi riuniti nello spazio SANA Novità. In questo quadro, il Premio Carta Vini Terroir e Spirito Slow hanno ribadito l’alleanza tra ristorazione e produzione responsabile, mentre le masterclass e gli spazi dedicati alla mixology, al caffè e all’amaro hanno ampliato lo sguardo all’intero universo delle bevande di qualità. “Il cibo non è solo prezzo, ma soprattutto valore, e non può essere trattato come una qualsiasi altra merce”, ha affermato Barbara Nappini.
Nel complesso, si è consolidata una piattaforma integrata che connette produzione, cultura, politiche pubbliche e mercato internazionale. Vino e cibo, infatti, non sono trattati come merci qualsiasi, ma come espressione di territori, relazioni e responsabilità collettive. Secondo questa visione, in sostanza, la qualità del futuro agroalimentare italiano si giocherà sulla capacità di tenere insieme sostenibilità ambientale, giustizia sociale e valore economico.

 

Immagine in evidenza di: Slow Wine Fair 2026

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