Globesity: ci aspetta un’epidemia mondiale di obesità?

Con il termine “globesity” l’obesità viene riconosciuta come un problema globale, un concetto recente e preoccupante, che delinea un futuro dove questa condizione sarà sempre più diffusa non solo nei Paesi più ricchi, ma anche in quelli in via di sviluppo. L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha fatto proprio questo neologismo per descrivere una malattia radicata nella cultura, nella società e nella psicologia, che non può essere affrontata solo come problema estetico, ma come un serio fattore di rischio per la salute.
Ma cosa si prevede per i prossimi anni e perché l’urgenza della questione sta salendo di livello? Dopo aver trattato caratteristiche e differenze dei cibi ultra-processati – considerati negativamente se si vogliono preservare linea e benessere fisico – cercheremo di saperne di più, partendo da ricerche e pubblicazioni recenti.
Da obesità a globesity

Un’obesità globale: unendo “global” e “obesity” il termine “globesity”, comparso per la prima volta nel 2001 in un rapporto OMS, ci parla di questo. Non si tratta più di una tendenza tipica della parte più benestante del mondo, ma di una vera e propria epidemia della modernità, che riguarda, seppure in misura diversa, anche le realtà meno sviluppate.
Se nei cosiddetti Paesi ricchi sono spesso le persone più svantaggiate, per ragioni socio-economiche, a mangiare peggio e ad avere più possibilità di ingrassare, in quelli più poveri si assiste alla rapida diffusione di stili alimentari “occidentalizzati”, basati su junk food a basso prezzo. L’inchiesta Rai di Newsroom intitolata Globesity. Sommersi dal cibo, trasmessa il 31 agosto 2025, ha mostrato come questo fenomeno sia diffuso nella popolazione più povera e isolata di alcuni Stati USA. Il numero di individui in sovrappeso o obese nel mondo continua a crescere, senza lasciar presagire un’inversione di rotta nei prossimi anni.
Questa espansione globale, approfondita da un’analisi pubblicata su Lancet nel 2024, pur avendo origini ormai lontane nel tempo, negli ultimi anni è stata spinta da fattori che riflettono cambiamenti sociali, economici e culturali. L’alimentazione è sempre più dominata da cibi ultra processati, economici, facili da reperire e da conservare e spesso ricchi di zuccheri e grassi. Ad aumentare è stato anche il consumo di alcuni dei prodotti più obesogeni, a partire dalle bibite zuccherate, mentre la cucina di casa, in genere più attenta alla qualità, tende a lasciare spazio alla ristorazione veloce.
Queste due abitudini, non a caso, sono tipiche della Generazione Z, che sembra avere un rapporto con l’alimentazione diverso da quello di chi l’ha preceduta. Di contro, è diminuito il livello di attività fisica, specialmente quella legata al lavoro, nel complesso più statico e sedentario rispetto al passato. Anche la diffusione di mezzi di trasporto privati e la crescente digitalizzazione della vita quotidiana hanno ridotto le occasioni di movimento.
Malnutrizione e obesità possono coesistere: gli ambienti obesogeni

Non deve stupire il fatto che l’eccesso di grassi e calorie possa coesistere con la carenza di nutrienti nobili, quali vitamine e proteine. Malnutrizione e obesità, infatti, sono due facce della stessa medaglia in molte aree del mondo.
La “globesità” è una condizione complessa, come mostra uno studio pubblicato nel 2022 su JMIR Public Health and Surveillance, con profonde implicazioni sociali e ambientali, oltreché psicologiche, che interessa in modo trasversale tutte le fasce d’età e anche gli Stati emergenti – oltre a quelli sviluppati. Se nel 1995 si stimavano circa 200 milioni di adulti obesi nel mondo e 18 milioni di bambini sotto i cinque anni classificati come sovrappeso, nel 2022 il numero totale di bambini, adolescenti e adulti che convivono con l’obesità ha superato il miliardo.
Queste tendenze, accertate dall’indagine su Lancet sopra citata, rendono l’obesità la forma più comune di malnutrizione nella maggior parte dei Paesi. Tra il 1990 e il 2022, i tassi di obesità globale sono più che quadruplicati nelle ragazze (dall’1,7% al 6,9%) e nei ragazzi (dal 2,1% al 9,3%), con aumenti in quasi tutti i Paesi. Negli adulti, il dato è più che raddoppiato tra le donne (dall’8,8% al 18,5%) e quasi triplicato negli uomini (dal 4,8% al 14,0%). Sebbene gli uomini abbiano in genere livelli più elevati di sovrappeso, le donne presentano più spesso condizioni di obesità. Tra le donne sopra i 40 anni, un terzo è in sovrappeso e una su cinque è obesa, con un’incidenza maggiore nel Sud e tra le fasce sociali più svantaggiate.
Al di là del genere, l’obesità rappresenta sempre un rischio significativo per gravi malattie non trasmissibili legate all’alimentazione, tra cui diabete mellito, malattie cardiovascolari, ipertensione e ictus, e alcune forme di tumore. Le sue conseguenze sulla salute vanno da un aumento delle morti premature a gravi patologie croniche che riducono la qualità della vita.
Analizzando i fattori che favoriscono l’obesità, negli ultimi anni le ricerche hanno individuato nelle trasformazioni ambientali e urbane cause fondamentali e a lungo sottostimate.
Per decenni le città sono state progettate innanzitutto per le automobili, senza marciapiedi adeguati, piste ciclabili, parchi e spazi verdi. Si parla in questo caso di “ambiente obesogeno”, quando lo spazio comune favorisce la sedentarietà. In parallelo, la pubblicità aggressiva di prodotti alimentari poco salutari, rivolta anche ai bambini, contribuisce a influenzare abitudini che si radicano già in tenera età e difficilmente cambiano. Le disuguaglianze economiche, inoltre, rendono spesso più accessibili i cibi dannosi di quelli freschi e nutrienti, trasformando la povertà in un fattore di rischio aggiuntivo.
Un futuro di obesi?

Le previsioni per il prossimo futuro lasciano poco spazio all’ottimismo, come indica il World Obesity Atlas 2025. Se le tendenze attuali non dovessero cambiare nettamente, gli studi stimano che nell’arco di vent’anni la maggior parte della popolazione adulta mondiale potrebbe rientrare nelle categorie di sovrappeso o obesità. Più precisamente, secondo l’OMS, entro il 2035 una persona su quattro nel mondo sarà obesa. In Italia, attualmente un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso e l’11,8% è obesa. Ad allarmare è soprattutto l’aumento dell’obesità infantile, con il rischio di avere una generazione di adulti con elevata predisposizione a diabete, problemi cardiovascolari e altre malattie croniche. Di conseguenza, come evidenzia il report OCSE The Heavy Burden of Obesity, l’impatto sui sistemi sanitari potrebbe diventare insostenibile – a maggior ragione se pensiamo alla situazione già critica dei servizi sanitari pubblici – con un incremento dei costi dovuti appunto alla gestione di queste complicanze.
Parlare di “globesity”, quindi, evidenzia la complessità di questa condizione paragonata a un’epidemia, da affrontare in modo mirato e con piani pubblici, che si avvalgano di scelte politiche, urbanistiche e industriali, non solo di abitudini personali.
Il primo passo: rendere facili e accessibili le scelte salutari

Per l’OMS l’obesità è un’emergenza da più di trent’anni e da allora sono state avviate consultazioni con esperti e tecnici, oltre a campagne di sensibilizzazione rivolte a decisori politici, partner del settore privato, medici e opinione pubblica. Globesity come malattia sociale e ambientale, che necessita di strategie per favorire e incentivare il più possibile le scelte salutari. Va sottolineato, a questo proposito, che molti luoghi non offrono cibi freschi e salutari, anche nei Paesi più ricchi, e in molti casi il cosiddetto cibo spazzatura diventa quasi una scelta obbligata. Ecco perché il primo passo per stimolare un’alimentazione migliore sta proprio nel garantire prodotti salubri a prezzi accessibili nel maggior numero possibile dei canali di vendita.
Oltre a questo prerequisito, per contrastare l’instaurarsi di ambienti obesogeni sono state adottate e si stanno sperimentando politiche mirate, come le varie forme di sugar tax e di tasse sul cibo spazzatura.
Come abbiamo visto, alcuni Stati hanno anticipato questi interventi, pensiamo ad esempio al Messico, dove la tassa sulle bevande zuccherate ha prodotto un calo notevole dei consumi. Il Regno Unito e la Francia hanno adottato provvedimenti simili, mentre molti Paesi asiatici hanno introdotto piani di educazione alimentare nelle scuole. Interventi in questo senso sono stati adottati da alcune grandi città, in particolare per favorire la mobilità e l’attività fisica delle persone, con la creazione di piste ciclabili, aree verdi e percorsi pedonali protetti dal traffico veicolare. Si tratta quindi di strategie multifattoriali, come raccomanda l’OMS, che includono politiche fiscali, regolamentazione della pubblicità, educazione e azioni per trasformare le abitudini urbane.
In Italia, dal 1° ottobre 2025, con la Legge Pella l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica, progressiva e recidivante. Il provvedimento prevede fondi per il Servizio Sanitario Nazionale e varie iniziative, tra cui campagne di sensibilizzazione, formazione del personale sanitario e l’istituzione dell’Osservatorio per lo Studio dell’Obesità (OSO) presso il Ministero della Salute.
In ultima istanza, da considerare dopo aver messo in atto gli interventi appena citati e nei casi più gravi, c’è il ricorso ai nuovi farmaci contro l’obesità, come il semaglutide. Queste sostanze, in genere concepite per il trattamento del diabete, oltre a favorire la perdita di peso possono ridurre il rischio di infarto e altre patologie croniche.
Contrastare l’obesità richiede una visione ampia, che comprenda interventi diversi e coordinati tra loro, ma anche una consapevolezza sul rapporto tra alimentazione, salute e società.
Immagine in evidenza di: sweet marshmallow/shutterstock
Leggi anche
L’articolo Globesity: ci aspetta un’epidemia mondiale di obesità? sembra essere il primo su Giornale del cibo.